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lunedì 28 maggio 2012

Casta senza vergogna!


La casta raddoppia. Stipendio doppio ai politici che vengono eletti nei consigli comunali, provinciali e regionali (e non solo) partendo da Bologna con nomi e cognomi. La rivelazione ad Affaritaliani  Emilia-Romagna con un video e i documenti che dimostrano l’ingiustificabile privilegio di chi diventato politico, eletto in un qualche Ente, senza recarsi al lavoro ne percepisce ugualmente lo stipendio. Lo stabilisce la legge degli Enti Locali applicata da più di dieci anni ma che pochi conoscono. In un’Italia con persone che si suicidano per i debiti c’è l’incredibile spreco di circa 2 miliardi di euro annui a danno dei cittadini. In Italia c’è chi fa più di un lavoro per racimolare almeno uno stipendio e chi invece fa un solo lavoro e ottiene due stipendi! Sono i molti politici eletti nei consiglieri comunali, provinciali, regionali, circoscrizionali per uno scandalo di proporzioni tali da far impallidire i rimborsi elettorali ai partiti. Infatti se si è lavoratori dipendenti si può evitare di andare sul posto di lavoro senza perdere un euro della propria busta paga. Lo stipendio viene completamente rimborsato dal Comune al datore di lavoro, più tredicesima, quattordicesima, trattamento di fine rapporto e contributi previdenziali. Il politico può così sommare alla paga per la sua attività quella del proprio stipendio da dipendente e senza muovere un dito. Paga l’Ente pubblico, cioè paghiamo noi. Le somme sono così imponenti, come dimostra il caso del Comune di Bologna sottoposto ad esame grazie al consigliere Lorenzo Tomassini, che se moltiplicate per tutti gli enti nazionali interessati incide sulla finanziaria di un Governo. Solo i rimborsi per i lavori che non svolgono in un anno costano al Comune di Bologna una cifra non inferiore ai 300 mila euro. Moltiplicate per 5 anni di mandato e (proporzionalmente al numero degli eletti) per 8100 Comuni, 110 Province, 20 Regioni e altri Enti tra cui le Comunità montane e viene fuori una cifra che fa tremare i polsi, non inferiore ai 2 miliardi di euro l’anno! Si, avete capito bene. Stiamo dicendo che ogni politico che ha un lavoro dipendente una volta eletto in un Ente Pubblico continua a percepire anche lo stipendio del lavoro precedente che non svolge. L’assenza è rimborsata solo se causata da motivi istituzionali, ma fra sedute in Aula e commissioni (in Comune, Provincia, Regione e Altri Enti) ogni giorno il politico è raro che possa timbrare il cartellino del primo lavoro. Lo stabilisce il Testo Unico degli Enti locali, legge N.267 del 2000, che permette a ogni eletto di essere rimborsato integralmente per il lavoro che “non svolge” presso il precedente datore di lavoro di cui continua ad essere dipendente. Costano addirittura tre volte coloro che sono dipendenti dello Stato, come gli insegnanti, che vengono pagati dal Ministero, ma è solo una variante formale al gioco perché paga sempre la collettività. La spesa per l’insegnante-politico infatti triplica: oltre la paga per l’attività da politico e lo stipendio del lavoro da insegnante (che non svolge) c’è anche il costo del supplente che lo Stato assume per sostituirlo. Quello che non si capisce è perché la collettività debba garantire lo stipendio per il lavoro che i politici non svolgono presso le imprese dove sono assunti. La spesa per le casse pubbliche così è diventata davvero imponente, altro che tagli per la crisi! Diversamente la cosa non vale per i consiglieri che sono lavoratori autonomi perché non percepiscono alcun rimborso per la loro attività professionale persa. A differenza dei primi, possono conciliare con difficoltà i due lavori a causa degli orari delle commissioni nell’ente pubblico dove sono stati eletti. Come fa notare Tomassini, “guarda caso le commissioni sono spalmate su tutti i giorni della settimana così che i consiglieri-dipendenti non possono quasi mai recarsi in ufficio”. Si perché le commissioni ci sono praticamente sempre e la maggioranza di coloro che fanno politica sono impegnati quasi ogni giorno. C’è poi, come ammettono altre testimonianze di “Palazzo”, chi firma ed esce dalle commissioni e prende due stipendi senza essere in nessuno dei due posti di lavoro. E quando qualche collega cerca di accorpare le commissioni per ottimizzare il lavoro si sente rispondere: “Ué! Ma siete pazzi! Così mi tocca di andare a lavorare!”E’ proprio vero, più che cercare un lavoro, in Italia, è conveniente diventare politico. Gli Enti pubblici sono galline dalle uova d'oro grazie a leggi come questa che obbligano la collettività a pagare lauti stipendi per attività mai svolte. Soldi che potrebbero essere impegnati per investimenti, servizi, creare lavoro e aiutare chi non ha garanzie. Bisognerebbe raccogliere l’ S.o.s che arriva da Bologna e cambiare la legge.

sabato 26 maggio 2012

Imbalzano, vergognati!


 "La differenza tra le torte e gli ebrei è che le torte nel forno non gridano". Parole schifose prounciate da Giuseppe Imbalzano, direttore sociale della Asl di Pavia, già dirigente Asl a Lodi, Bergamo e Milano durante un incontro con i rappresentanti del Comune e della Provincia.
L'episodio è stato denunciato dal consigliere regionale di Sel, Giulio Cavalli che ha annunciato la sua intenzione di portare la questione nell'aula del Pirellone. Immediata la replica di Imbalzano che ha tentato di minimizzare. "Quando ho detto quella battuta - ha spiegato - le persone hanno sorriso. Non voleva essere un'affermazione pesante nei confronti di chi ha sofferto ed è stato trattato senza nessuna considerazione per la sua dignità umana". Il dirigente ha aggiunto ancora: "Non intendevo offendere la sensibilità degli ebrei, nella mia vita non ho mai manifestato mancanza di rispetto nei confronti degli ebrei e di altre minoranze".
Il deputato del Pd Emanuele Fiano dice: "Presenterò un'interrogazione al ministro della Salute su questa frase orribile pronunciata in un'occasione pubblica, per verificare se il comportamento del dirigente sia consono all'ufficio che ricopre".

Troppo spesso si butta la pietra e si nasconde la mano o si minimizza…


venerdì 25 maggio 2012

Fuori Equitalia!

Oristano, Sassuolo, Bari, Valle di Cadore, Calalzo, Morazzone, San Donà di Piave, Zanica, Merate, Thiene, Ottana. Cosa hanno in comune queste località? Si sono liberate in anticipo dalle catene di Equitalia. Sono diventate libere, umane, efficienti.
Dal primo gennaio 2013 la legge 201/2011 prevede che i Comuni gestiscano da soli l'attività di riscossione. Perché aspettare? Non c'è una sola buona ragione per affidarsi a Equitalia. Il comune di Oristano ne è la dimostrazione. La gestione diretta dei tributi ha portato sia risparmi sui costi di 150,000 euro (Il Comune che riscuote in proprio i suoi tributi non deve pagare l'aggio a Equitalia), sia un aumento del gettito di 650.000 euro. Meno costi, più ricavi. Non solo, anche più liquidità in cassa. "Risorse immediatamente disponibili a differenza di quanto avveniva con la gestione Equitalia quando la liquidazione delle somme avveniva entro i due anni successivi all'emissione del ruolo'', da una nota del Comune di Oristano. Di fronte a questi dati la domanda è allora "A cosa è servita Equitalia in questi anni? A che è servito un intermediario che si è frapposto tra i cittadini e gli enti? All'aumento dei tassi di interesse? Al pignoramento delle case? Alla lentezza amministrativa?" Oristano è un esempio, ma non è il solo, dell'inutilità del ricorso a Equitalia per l'ente che gli affida la riscossione dei tributi. Se cittadini e Comuni non traggono benefici da Equitalia perché continuare e, soprattutto, di chi è stata questa brillante idea di disintermediare i pagamenti a un ente terzo? A che pro?
Il Comune non è un ente impersonale, è sul territorio, conosce spesso il contribuente e le sue difficoltà. Può in caso di necessità di una famiglia indigente posporre, dilazionare, cancellare un pagamento. Si chiama umanità. I Comuni dovrebbero accelerare l'uscita da Equitalia già nel 2012 e predisporsi per il gennaio 2013. Equitalia non è responsabile, è un bersaglio. I responsabili sono coloro che l'hanno istituita.

mercoledì 23 maggio 2012

Il "non-negozio"

E' spuntato dal nulla lo scorso sabato a Bolzano, precisamente in Via Rovigo, 22/C e si chiama "Passamano": é il primo "non-negozio" in Italia basato unicamente sulla filosofia del recupero e del riutilizzo, dove le "cose" valgono tanto quanto servono.
Si entra, si sceglie e si va via senza pagare: é questa l'ultima frontiera dello shopping equo sostenibile, un progetto partorito da un gruppo di volontari che non ricevono compenso e chiedono solo una libera offerta facoltativa per coprire le spese fisse del negozio o di lasciare - se si vuole - qualcosa in cambio del proprio "acquisto".
"Ci sono cose che è più facile regalare che vendere - spiega Andrea Nesler, uno dei volontari - quando un oggetto ha un valore affettivo è difficile stabilirne il prezzo di vendita, si rischia di svalutarlo, e allora è meglio regalarlo. Così, un ex sciatore è venuto e ci ha consegnato tutta la sua attrezzatura sportiva, perché ha un problema alla schiena e non può più scendere in pista. È venuto e ci ha raccontato la sua storia".
Non solo shopping, quindi, ma anche luogo di socializzazione: "Passamano" é, infatti, anche un info-point dove condividere idee e conoscenze sul consumo consapevole, il riciclaggio e il riutilizzo , ma anche la cucina vegana e vegetariana, l'animalismo, l'eco-architettura, il turismo responsabile ecc. I suoi locali ospitano anche una biblioteca, una sala riunioni per serate e incontri a tema e un laboratorio condiviso, dove si puó apprendere a creare oggetti di abbigliamento o di design con ció che non ci serve piú o offrire il proprio tempo libero per lavorare come volontario o mettere a disposizione degli altri le proprie abilità e conoscenze (lingua, artigianato, cucito ecc).
"L'idea - spiega Gaia Palmisano, una delle volontarie - nasce nell'ambito del movimento "Transition Town" fondato dall'inglese Rob Hopkins. L'obiettivo finale - aggiunge - é creare una dimensione partecipativa con metodi che lasciano spazio alla creatività individuale". In parole povere: l'antitesi di un negozio

lunedì 21 maggio 2012

Reddito di cittadinanza

Un reddito di cittadinanza  che consenta di vivere dignitosamente a ogni persona va introdotto al più presto. Non è più derogabile. I suicidi per disperazione, come quello di Brescia dove un uomo si è ucciso con i suoi bambini , sono omicidi sociali. Nessuno deve essere lasciato indietro. A chi obietta che non ci sono i soldi va risposto sul muso che i soldi ci sono e anche tanti. Tagliamo le spese militari, i contributi elettorali, gli stipendi dei consiglieri regionali, le pensioni d'oro, i finanziamenti ai giornali. La lista dei tagli è infinita, ma Monti non la può attuare. Il Sistema non può riformare sé stesso, e intanto la gente muore. Reddito di cittadinanza. Subito!

sabato 19 maggio 2012

Ancora impunità?


Melissa, ancora una vittima innocente. E’ successo all’Istituto Professionale Morvillo-Falcone di Brindisi, dove era attesa, proveniente da Roma, la carovana antimafia di Don Ciotti e nel ventesimo anniversario della strage di Capaci. Ben tre bombole di gas insieme per formare un unico ordigno! Saranno coincidenze ma da troppi anni non ci credo più! Come in troppi film già visti con molti, troppi innocenti ammazzati, si indagherà (si dice a 360°!!!) e forse si scoprirà anche qualcuno che materialmente ha deposto le bombole e fatte saltare, ma…c’è il solito ma di quest’Italia “porto delle nebbie” dove non si è mai avuta giustizia “piena”. Dove i MANDANTI sono a piede libero in grado di colpire ancora al momento ritenuto opportuno! Piazza Fontana, Piazza della Loggia, Italicus, Stazione di Bologna, Capaci, Via D’Amelio; ogni qualvolta si intravede un filo di cambiamento in questo maledetto paese, arriva puntuale l’attentato. Voglio sperare e credere che Brindisi, dopo Genova, non sia il preambolo per una militarizzazione del territorio, leggi speciali ma soprattutto i depistaggi di stato tanto cari a questo paese. A chi attribuire la morte di una studentessa  innocente? E’ quantomeno singolare un attentato che non ha come obiettivo un politico, una banca, un luogo simbolo ma una scuola…

 

venerdì 18 maggio 2012

Equitalia

In questi giorni laffaire Equitalia è salito agli onori delle cronache sui principali media nazionali. Le ragioni di questa improvvisa visibilità vanno probabilmente rintracciate in due fattori. Il primo, come appare sempre più lampante, riguarda il disperato tentativo di (ri-)mettere in piedi una strategia della tensione criminalizzando chiunque - movimenti e persino sindacati - sia ritenuto potenzialmente in grado di organizzare e orientare il dissenso e la rabbia derivati dallo smantellamento del welfare e dei diritti.Preferiamo invece concentrarci su un secondo ordine di discorso, che ci pare sia stato poco considerato anche da chi si oppone a Equitalia, chiedendoci: perché di tale questione se n’è parlato tanto? Perché è così “sentita”? Perché tanti e diversi soggetti invocano la chiusura di Equitalia? Che cosa è e cosa rappresenta, fuori dalla retorica de “l’usura”, dello “strozzinaggio” etc? Poniamoci una domanda, un po’ provocatoria: perché in tutti questi mesi ogni gesto contro Equitalia, ogni manifestazione di disagio nei confronti dell’ente di riscossione, ha goduto di ampia visibilità sui media? È possibile che sia successo solo perché l’affaire Equitalia riguarda centinaia di migliaia di persone, e che i media abbiano voluto sintonizzarsi con quest’ostilità diffusa? Difficile accontentarsi di questa risposta. Basti pensare che tanti provvedimenti “lacrime e sangue” del Governo Monti – solo per esempio, la riforma delle pensioni – sono stati accolti con assoluta ostilità da milioni di persone, eppure a quest’ostilità non è stato dato altrettanto spazio. La linea più o meno condivisa da tutti i media ogni volta che si evocava Equitalia invece era sempre molto “neutra”: certo, le violenze vanno sempre condannate, però Equitalia pare non piacere proprio a nessuno. Ma chi è questo “nessuno”? E’ la “gente”, concetto quanto mai vago, o è un nessuno fatto di diversi gruppi e classi sociali, che condividono e dovrebbero condividere ben poco? Poniamoci ora un’altra domanda, altrettanto provocatoria. Perché la lotta contro le agenzie di riscossione è stata sempre un cavallo di battaglia della destra? Perché in questi ultimi mesi a tuonare contro Equitalia si è sentita spessissimo la Lega? Di quale blocco sociale e di quali classi questi gruppi politici hanno sempre difeso gli interessi? Anche qui, porsi questa domanda non vuol dire già trovare una risposta. Però questo fatto dovrebbe essere una “spia”: i gruppi che fanno politica in modo demagogico e populista, difendendo interessi di classe ben precisi, quelli del piccolo padronato e della piccola/media borghesia, hanno da sempre individuato in tale questione il loro terreno d’azione per eccellenza. Questo non vuol dire che che la battaglia contro Equitalia sia necessariamente di “destra”. Non è vero, infatti, che “la questione è quella”, cioè che non ci possono essere modi diversi di affrontare il problema Equitalia. Infatti, in una società divisa in classi, gli stessi temi sono sempre declinati in modo diverso secondo quale siano gli interessi da difendere. In questo si possono fare molteplici esempi in cui le posizioni della sinistra sono sostanzialmente diverse da quelle della destra. Si pensi alla lotta per la casa, dove la destra rivendica il mutuo sociale e la sinistra l’edilizia pubblica, o meglio ancora al tema del lavoro, dove la sinistra dice “lavorare meno, lavorare tutti” e la destra invoca il rimpatrio degli stranieri.
Come tutti sanno, Equitalia è una società per azioni fondata nel 2007, di proprietà dell’INPS (49%) e dell’Agenzia Delle Entrate (51%) che ha come mission il recupero crediti per conto degli enti pubblici. In pratica quando l’erario o l’ente previdenziale riscontra un’evasione d’imposta o un ente locale commina una multa, e questa non è pagata, interviene Equitalia che, avvalendosi degli strumenti previsti dalla legge, procede al recupero delle somme dovute maggiorate dell’interesse e dell’agio. Prima del 2007 l’attività di recupero era affidata a una moltitudine di agenzie di riscossione per lo più di proprietà di banche che incassavano lauti compensi per il servizio conseguendo però scarsissimi risultati. Invece, da quando esiste Equitalia, secondo i dati della Corte dei Conti, le somme recuperate dallo Stato sono raddoppiate e i costi letteralmente abbattuti – giacché si utilizza personale dello Stato – con un utile netto che ogni anno supera abbondantemente il miliardo di euro... Il mancato recupero dei crediti non era però dovuto all’incapacità delle banche o alla proverbiale disorganizzazione della pubblica amministrazione, ma a una precisa volontà politica. Volontà di tutelare, il popolo degli evasori ovvero quella piccola e media borghesia che da sempre costituisce l’ossatura del capitalismo italiano.La volontà politica dei governi italiani è stata quella della svalutazione monetaria e dell’indebitamento pubblico. Semplificando: non faccio pagare le tasse al bottegaio (ma anche al libero professionista, al piccolo imprenditore, etc.) e i soldi per mandare avanti la baracca li prendo in prestito, magari dallo stesso bottegaio, a tassi fuori mercato e a scadenza e - poiché la situazione non cambia - faccio altri debiti aumentando sempre di più la mia esposizione. Se si analizzano i grafici del debito pubblico italiano e si consultano i dati sull’aumento della ricchezza privata nello stesso arco temporale, la cosa è evidente.La crisi del 2007 ha accelerato questa tendenza e, per far ripartire il processo di accumulazione (quella che è chiamata “ripresa”) si è scelto di abbassare il costo del lavoro e quindi di aumentare lo sfruttamento, tagliare il welfare a tutti i livelli, ma anche – è questa la novità – cominciare a spremere e assimilare le fazioni di capitale più deboli. Ciò avviene principalmente attraverso la lotta all’evasione, che, se pur ancor blanda, ha avuto un costante incremento negli ultimi anni (già col governo Berlusconi, non soltanto con quello Monti) e con il recupero di quelle somme formalmente dovute allo Stato e fino a poco tempo fa ufficiosamente abbonate. Questa è la cornice in cui, va letta la questione Equitalia.Proviamo a entrare ancora di più nel merito e a fare un esempio: una parte significativa dei provvedimenti di Equitalia riguarda il recupero dei contributi pensionistici non versati dagli imprenditori. Per essere più chiari: molti padroni non pagano i contributi ai loro dipendenti; quando la magagna si scopre il lavoratore ha comunque diritto alla pensione. Dove si pescano i soldi? Dal fondo cassa INPS, ovvero dai contributi versati altri lavoratori! Allora che dobbiamo dire quando Equitalia va da questi padroni a recuperare implacabilmente queste cifre? Che sbaglia? Il fatto che i “grandi” evasori/imprenditori, minacciando anni di processi, si avvalgano del concordato e trovino infine una mediazione che gli consenta di pagare meno tasse (ma subito), mentre i piccoli sono strozzati. Imprenditori grandi e piccoli devono pagare tutto e tutte e non si pretende che paghino tanto caro, visti gli sgravi di cui beneficiano, perché quelle tasse non corrisposte non sono solo soldi in più rimasti nelle loro tasche, ma soldi reinvestiti, fatti fruttare (mentre lo Stato ha dovuto recuperare tramite l’implemento del debito pubblico, pagandoci su gli interessi!), e mentre loro hanno guadagnato valuta, a noi sono stati chiesti sacrifici. Gli importi delle tasse evase ci appartengono, sono stati decurtati dal nostro conto, sono uno scippo fatto ai lavoratori. Stiamo parlando, secondo le stime più basse, di 120 miliardi di euro annui di evasione: soldi con i quali si potrebbero – contemporaneamente - raddoppiare pensioni e casse integrazioni, distribuire sussidi di disoccupazione e potenziare servizi sociali! Se non si parla prima di tutto questo, se non si pone questa come priorità di lotta, il rischio è accodarsi a quel costume tutto italiano e piccolo borghese che si incazza contro lo Stato salvo poi beneficiare e appropriarsi di quello che è di tutti. Ma di certo si può dire che i lavoratori dipendenti le tasse le pagano fino all’ultimo spicciolo. Le cose su cui possono evadere sono poca roba: il canone RAI, la tassa sui rifiuti, qualche multa. Fasce sociali deboli contro le quali l’agenzia si accanisce, trasformando magari una piccola multa in un’ipoteca, contestando tributi già pagati, infierendo su chi ha dovuto scegliere cosa pagare fra tasse e tributi di ogni tipo perché non ce la fa più a campare. Questa è la rabbia che una sinistra attenta dovrebbe intercettare. Ma proprio per questo sembra che la questione vada letta con attenzione, per non scivolare nel populismo, per fare proposte ben mirate, che tengano ben presente la linea di demarcazione sopra menzionata: ad alcuni non si deve e non si può chiedere più niente, da altri invece bisogna pretendere che paghino tutto.



martedì 15 maggio 2012

Grecia docet

Se in Grecia si va ad elezioni è molto probabile che il Partito Socialista Radicale e tutti quanti i partiti che sono contro l'austerità guadagneranno molti consensi. Probabilmente si avrà una coalizione basata principalmente sull'uscita dall'Euro, proprio perché interrompere l'austerità significa uscire dall'Euro. E questo creerebbe un vero e proprio cataclisma finanziario in Europa, anche perché non esiste, ad oggi, un protocollo di uscita dall'Euro. Ritengo sia molto probabile, allora, un'implosione della stessa moneta unica.L'effetto principale di tutto ciò è sicuramente il contagio. Bisogna considerare che una implosione dell'Euro dovuta alla fuoriuscita della Grecia significa che la Grecia dichiarerà di non pagare il suo debito: il 75% di questo debito è dovuto al Fondo monetario, alla Banca centrale europea e all'Europa. Dunque non ci sarebbero più soldi nel famoso fondo salva stati per aiutare sia l'Italia che la Spagna che gli altri paesi della periferia. Il contagio della crisi greca si sposterebbe molto velocemente ai paesi della periferia ed avremmo una situazione simile a quella che abbiamo visto proprio in Grecia un anno fa, con una progressiva degenerazione delle condizioni economiche e finanziarie.
L'Euro è alle soglie di un fallimento perché l'Europa ha perseguito a lungo una strada che è una strada ideologica, è una strada che non ha mostrato alcuna umiltà, una strada di arroganza. Se anche un anno fa avessimo considerato la possibilità di avere due Euro a due velocità, e quindi un protocollo per potere migrare dall'Euro di serie A nell'Euro di serie B, non ci troveremmo in una situazione di questo tipo. I greci non sarebbero alla fame e non avremmo dei partiti radicali di grande opposizione alla politica europea che prendono il 20 per cento dei voti nelle elezioni politiche.
Come usciremo dalla crisi? A mio avviso si esce dalla crisi solamente quando si risolve il problema Euro, quindi paradossalmente una implosione dell'Euro potrebbe essere benefica perché porrebbe fine a questa lunghissima agonia. Certo, le conseguenze saranno assolutamente disastrose, ci sarà una contrazione dell'economia che durerà diversi mesi. A un certo punto toccheremo il fondo, però, è da quel fondo che ricominceremo a risalire. Così, invece, ci troviamo in caduta libera in un pozzo nero senza fine. 

sabato 12 maggio 2012

Ancora vergogna


Il Consiglio dei Ministri, su proposta del Presidente del Consiglio Mario Monti, ha deliberato la nomina a sottosegretario di Stato della Presidenza del Consiglio del Prefetto Gianni De Gennaro, che finisce, così, le funzioni di Direttore del Dis. Un’altra promozione per il protagonista numero uno degli abusi, torture e soprusi nei confronti dei manifestanti inermi durante le contestazioni al G8 di Genova nel 2001. Tutto questo quando nelle sale cinematografiche italiane è trasmesso il film “Diaz”… Il primo a esprimere soddisfazione per la promozione è il dirigente del Partito Democratico Massimo D’Alema (da una vita in parlamento e che si scandalizzò all’epoca dei fatti!). D’Alema, presidente del Copasir, afferma: ” Ho preso atto della positiva decisione del presidente del consiglio di nominare il prefetto Gianni De Gennaro autorità delegata per la sicurezza della repubblica e della sua sostituzione, nel ruolo di direttore generale del Dis, con l’ambasciatore Giampiero Massolo, la cui designazione mi è stata preventivamente comunicata ai sensi della legge 124 del 2007. Sono certo che il prefetto De Gennaro, nel suo nuovo incarico costituzionale, potrà efficacemente portare avanti il suo impegno nell’attuazione della riforma delineata dalla legge 124 …” Se lo dice D’Alema ! Io credo che il governo Monti si confermi, ancora una volta, governo dei più forti, nominando sottosegretario l’uomo della repressione impunita della mattanza nei giorni del G8 a Genova. Adesso al governo non ci sono solo gli uomini della finanza internazionale che al G8 contestavamo, ma anche chi materialmente ha organizzato la repressione del movimento e infranto la legalità Costituzionale.

venerdì 11 maggio 2012

Distrazione o Scelta?

Mario Monti ha lo storico merito di averci liberato da Berlusconi e dal suo vociante codazzo, e gliene saremo sempre grati. Ma non per questo dobbiamo sentirci in obbligo di dargli sempre ragione, e accodarci agli entusiasmi della finanza internazionale per il suo governo. Ad esempio non credo che la politica del professore stia salvando il paese dal baratro. O meglio, penso che non ci garantisca dal ricadere negli stessi errori, e faccia pagare un prezzo troppo alto alle persone sbagliate.
L'idolatria dei mercati, l'enfasi sul ruolo salvifico delle privatizzazioni, il sostegno alle banche viste come cardine della rete finanziaria mondiale e lo smantellamento dallo stato sociale sono tutte scelte legittime, ma certo non sono le uniche possibili per uscire da una crisi che ha radici antiche, e che anzi, secondo alcuni autorevoli economisti, è stata favorita dalla progressiva affermazione delle politiche neoliberiste.In ogni caso, pesa su Monti l' ingiustizia di avere chiesto ai più deboli di farsi carico degli errori altrui, e di avere risparmiato i più forti. Ricordate i "sommersi" e i "salvati" di Primo Levi? Nell'Italia del professore sono stati sommersi i lavoratori dipendenti, i pensionati, i giovani precari e i disoccupati, costretti ad accettare riduzioni di reddito e abbattimenti degli ammortizzatori sociali. Invece tanti altri, un po' per scelta, un po' per necessità, sono stati salvati. Tra questi perfino quei banchieri e quegli industriali che portano pesanti responsabilità per la crisi, e che adesso incredibilmente vengono presentati come gli unici in grado di far ripartire la macchina della economia grazie alle loro capacità imprenditoriali. Ossessivamente ripetuta da giornali e televisioni, l'argomentazione non diventa per questo meno illogica. Perché mai infatti dovrebbe funzionare adesso quello che non ha funzionato prima, visto che i protagonisti sono gli stessi?
Che in una società esistano interessi contrapposti è un dato di fatto. Il professor Monti, sempre così attento alle forme e agli equilibri che consentono la sopravvivenza del suo governo, sembra dimenticarsene un po' troppo spesso, con conseguenze nefaste su quella coesione sociale che dice di ritenere fondamentale per uscire dalle difficoltà. E così facendo autorizza il sospetto che la sua non sia una semplice distrazione, ma una precisa scelta di campo.

martedì 8 maggio 2012

Movimento CinqueStelle

Festeggia Beppe Grillo. Il successo nelle amministrative rende ancora più vulcanico il comico ligure, che nelle ultime ore ha fatto piangere, e non dalle risate, gli esponenti dei partiti tradizionali. Ecco che l'Italia ha il primo sindaco a 5 stelle. A Sarego, in provincia di Vicenza, circa sette mila anime. Ma Grillo festeggia anche il colpaccio quasi sfiorato. A Parma il candidato sindaco del Movimento dei grillini correrà per il ballottaggio e a Genova è andato molto vicino.
Al Nord il 5 Stelle conquista una montagna di consensi, al Sud poca roba: come la Lega prima maniera, quando Tangentopoli sconvolse il mondo politico italiano e la pancia ebbe la meglio sul cervello. Altri tempi si dirà. Eppure nel '92, come ha ricordato qualcuno c'erano tanti volti sconosciuti, come ad esempio Roberto Castelli, leghista, che assicurava che avrebbe fatto politica solo per cinque anni, per poi tornare al suo vero lavoro, come dicono oggi i politici alle prime armi dei grillini. Poi tutti sappiamo come è andata a finire.
«Avanti così, belin» grida in italo-genovese Beppe Grillo, che ormai punta al Parlamento, passo finale della sua rivoluzione. «Finalmente i cittadini, senza soldi, autofinanziatisi, sono andati a votare se stessi – scrive sul suo blog - Qui siamo veramente a un cambiamento epocale di pensiero della politica. I cittadini votano se stessi. Questo è solo l'inizio».
Parla di liquefazione della vecchia partitocrazia: la destra, il Pdl, il centro non ci sono più, dice, per poi concludere che «per arrivare al 100% dei voti, al gradimento di tutti i cittadini italiani, dovreste continuare ad offendere: populista, demagogo, arruffa popoli, flauto magico, pifferaio, maiale, stronzo. Continuate, io vi mando un po' di epiteti nuovi».

Probabilmente dopo i risultati di queste comunali Pd, Sel, Lega e Pdl ci penseranno due volte prima di ridurre ulteriormente ad "antipolitica" i grillini. Infatti da oggi i partiti devono nuovamente farsi amare, o almeno rispettare, riconquistare credibilità per evitare che i delusi, e chi fino a ieri si era astenuto dalle urne perché stufo del marcio, vadano a portare ulteriore acqua al mulino di Beppe Grillo, unico vincitore di questa consultazione.

domenica 6 maggio 2012

Imenoplastica

La grande cantante Mina ci fa "scoprire" un mondo a molti oscuro.
"Si chiama imenoplastica. È un intervento semplice, poco doloroso, dal costo accessibile e di grande effetto, a patto che il chirurgo rispetti la deontologia del segreto professionale e che gli utilizzatori terzi (del pezzo) successivi siano diversi dai precedenti. Anche un po’ più faciloni e di bocca buona, a dire la verità. Chi vi si sottopone solitamente mantiene un riserbo strettissimo e vive in solitudine e privatezza il proprio rinascimento, per dare alla riapparizione l’eclatanza dovuta. Queste tacite regole comportamentali hanno fin qui garantito miracolose riacquisizioni di vita e speranze inimmaginabili a donne, non necessariamente di malaffare, con pretese e doveri nei confronti di se stesse e di chissà quale tipo di pretendente.
Oggi si affaccia una nuova tendenza che stravolge i canoni dell’imenoplastica. Neanche il più basilare si salva, cioè quello riguardante il sesso dei pazienti cui riservare questa stravagante e miracolosa ristrutturazione. Si sostiene che l’imene e la verginità, conseguente e correlata, appartengano sia a maschi che a femmine, credo per una questione di pari opportunità. A reclamare tale ammodernamento anatomico si sono impegnati i grandi uomini della prima, della seconda, della terza, della quarta, della ennesima repubblica. Leggermente sputtanati e disfatti in decenni di infernale e volgare promiscuità e sfrenato onanismo, senza controllo e con autoreferenzialità, stanno rivalutando all’improvviso il concetto di purezza. Non è raro ammirare gruppi di quelli che una volta si chiamavano politici, in vestaglia dal gusto classico, reduci e convalescenti dal suddetto trattamento, seduti su poltrone di similpelle bordeaux nelle hall di cliniche di chirurgia ricostruttiva. La schiera dei “rifatti” comprende anche politologi, finedicitori di politica, economisti dell’ultima ora e bellimbusti di contorno, giornalisti compiacenti, adulatori prezzolati. Vestali di ritorno, risettati nella morale situata negli organi genitali, si apprestano a riprendere il rituale dei baccanali. Si guardano vicendevolmente, non hanno neppure il tempo per gesti di intesa, non arrossiscono, ammiccano a chi li sorprende e soltanto ad uno sguardo esperto non sfuggirà una patetica rappresentazione di rinnovata forza, che sembri, però, forza mai perduta. Le sale operatorie traboccano, la fila è lunga, la lista d’attesa pure. Le poltrone delle hall scarseggiano, le dimissioni per lasciare posti liberi incalzano, le guarigioni e le cicatrizzazioni non sono così tanto garantite. Il fenomeno dell’affollamento ha diverse spiegazioni. Prima di tutto c’è un po’ di tempo. Qualcun altro si sta occupando delle faccende cui dovrebbe essere dedicato il loro retribuito lavoro. Usufruiscono di un congedo temporaneo. E quale migliore momento per riconnotare il look? Tutti si stanno affrettando nella ricomposizione, pressati come sono da immancabili appuntamenti di prossimi rapporti intimi (si fa per dire), già previsti nelle scadenze e negli istituzionali obbiettivi. Tutti insieme, nella tipica ammucchiata che caratterizza, secondo la loro comune concezione epicurea, ogni mandata elettorale, si dovranno presentare al meglio delle proprie capacità polisessuali, belli e appetibili come tanti anni fa, come tante repubbliche fa, come tante degradazioni fa.
Al teatrino non deve mancare nulla perché la rappresentazione possa ripartire nella sua completezza. La hall della clinica si anima di continuo per le prove. Il fruscio delle vestaglie non smette fino a notte inoltrata. Truccatori e costumisti intervengono con circospezione ed efficacia, intanto che gli illibati di seconda mano si organizzano nel controllo della timidezza e dell’emozione e gargarizzano per dare alla voce un non so che di limpidezza. Azzardano la strutturazione di nuovi gruppi di recita, dai nomi poco evocativi di precedenti sconcezze e, d’altra parte, ancora ammiccanti per prossime clientele. Si va da “Rondini passeggere” a “Stelle filanti”, da “Luci del mezzogiorno” a “Stivale immacolato”, da “Ronda del Tanaro” a “Pizza incatenata”, da “Regione pura” a “Mistero costituzionale”. Le giornate trascorrono tra queste amenità. Gli operati stanno radicandosi nell’appropriazione di una definita identità accettabile e prendono pillole a base di fiori di loto per annebbiare i ricordi e scongiurare gaffe. I cronisti di eventi di buona sanità gongolano. I media sono un po’ sbalestrati in questo momento di limbo, ma confidano che la loro presenza sarà sempiternamente utile alla pantomima. Scalpitano per la ridiscesa in campo dei vecchi ringiovaniti compagni. Non ne possono più di gente seria e seriosa che incombe sull’attualità senza un minimo di osé e prouesse. Un filino di burlesque, suvvia, cosa vuoi che sia! Le loro deflorazioni o non sono neppure ipotizzabili o sono talmente indicibili da sfuggire ad esplorazioni superficiali.
Ma una nube grigia o forse anche nera si abbatte sulla clinica delle vacanze a disturbare la convalescenza e, può darsi, a compromettere il risultato di tanta fatica. Compaiono con maggiore frequenza del solito gli aggiornamenti dei sondaggi descritti in torte o colonne definite da grandezze percentuali. I giornalisti, ancora in pigiama, vengono mandati allo sbaraglio per riprendere posizione. Devono allestire immediatamente gli spazi per accogliere i biancovestiti in una sorta di ballo di debuttanti di secondo pelo. Ai politici non è mai importato niente di chi fosse ciascuno di noi. Tanto, ognuno di noi è sempre rintracciabile in una colonna o in una fetta di torta e tanto basta. Loro non dovranno mai perdere tempo con istanze singole, distinte, specifiche o da class action. Hanno sempre avuto fiducia che, comunque, le poltrone rosse delle camere (parlamentari, in questo caso) fossero sempre a loro disposizione in quantità più che sufficiente. Non come quelle in similpelle bordeaux della clinica, che cominciano a scarseggiare. Nella sala della televisione, tra impicci di flebo ricostituenti e giornali spiegazzati per l’incredulità, i principi dell’inconsistenza e dell’imbroglio aspettano dai loro portavoce la costruzione di opinioni di speranza, redenzione. Una specie di clima da tappeto rosso per il loro ritorno. Però tutto sembra difficile. Proprio di questi tempi sondaggisti e sondaggiati sembrano impazziti e procurano grattacapi ai poveri degenti fremebondi e assatanati di nuovi piaceri e piaceri nuovi. La più consistente delle fette di torta sembra proprio quella che non si può spartire e neppure assaggiare. Gli intenzionati a non votare sono diventati la maggioranza vera. Saranno i puritani, i pentiti, i redenti, i vecchi impotenti, i pigri, gli scafati, gli scazzati irrimediabilmente, gli invalidi permanenti da lesione da padulo? Mah. L’orrore si ingrossa ulteriormente con la quota degli indecisi, quelli che, una volta, si diceva facessero flanella nei casini, tipo guardoni con arrapamento sufficiente e disponibilità insufficiente. Poi c’è il popolo con l’obiettivo della scheda bianca, quella posizione di privatissima protesta intimistica, di resa non violenta, di “ti vedo e non ti vedo”. Tutte insieme queste categorie fanno la maggioranza assoluta dell’elettorato e costituiscono più della metà della torta. Davanti alla rappresentazione grafica di tale incubo, i nostri vestagliati si abbattono sulle poltrone e si domandano se valesse la pena di sprecare tempo a ritoccarsi o se non fosse stato meglio depravarsi ancora di più fino all’abuso. Eppure, su questi pensieri, usando le loro provatissime e riconosciute abilità digestive e compromissorie, non si dannano e considerano la questione aperta e la dialettica ancora possibile.
E poi il colpo finale, la mazzata che ammutolisce la sala della televisione. Beppe Grillo. Incontrollabile, sottovalutato, diverso, è adesso minaccioso veramente. Compare sostanzioso nella sua percentuale e inarrestabilmente spacca equilibri e logiche. Non ne avevano mai parlato. Nel calderone dell’antipolitica ci stava tutto, Beppe Grillo compreso. Che bisogno c’era di aver paura di un’alternativa senza qualifica, appartenenza, categoria di riferimento? L’ideologia del bunga e dell’antibunga erano sufficienti a eletti ed elettori per il funzionamento di Stato, società e politica estera. Ora bisogna fare i conti con lo spauracchio. Prima regola che si impongono i neovergini è quella di non nominare mai il nome dell’interessato. La volgare citazione appare scritta negli sfondi degli studi e, al massimo, velocissimamente pronunciata da scioglilinguisti allenati. Vengono impegnati, poi, scrittori dal costo elevato per la edificazione della muraglia di discredito che comprenda intelligentissimi riferimenti al qualunquismo, all’utopia, al populismo, alla sovversione, all’anacronismo, all’irrispettosità, all’inconsistenza. Contenti delle strategie impostate, appagati ogni tanto da un “più zero, qualcosa”, si godono il prurito dei genitali riparati". Mina

sabato 5 maggio 2012

"Democrazia"


Durante questi ultimi giorni ho riflettuto molto sulla “democrazia”. Avere la possibilità di pensare, parlare agire ma soprattutto essere “visibile” schierandosi! Solo così il popolo sovrano può avere quel potere che gli spetta:POTER DECIDERE IL PROPRIO FUTURO. Mi è venuta, così, in mente la storia dell’operaio metalmeccanico amante della musica e del flauto. Un normalissimo operaio che quando torna a casa, dopo aver mangiato ed essersi lavato, si rilassa suonando con il suo clarinetto quei pezzi belli, rilassanti, e si rilassa creando, suonando, buttando l'anima nello strumento. Una sera torna a casa e vede che la stanza in cui suona è molto disordinata e decide di ordinarla. La organizza in scaffali: c'è lo scaffale delle ance, quello degli spartiti, quello in cui tiene il leggio. Alla fine del suo grande lavoro è soddisfatto di come ha organizzato la sua stanza ed è pronto per cominciare a suonare come ogni sera. E invece non può, perchè si accorge che tutti gli scaffali sono pieni meno uno: quello in cui tiene il suo clarinetto. Gli manca in pratica lo strumento principale per poter portare avanti la sua passione e disperato lo cerca dappertutto. Lo cerca in cucina, in bagno, nel salotto, nel terrazzo. Ma non lo trova e questo lo fa disperare. Passa così tanto tempo senza trovarlo che se ne dimentica. Quindi da quel momento dopo essere tornato stanco dal lavoro non ha più suonato quei pezzi belli, creativi, rilassanti, ma si è messo invece davanti alla televisione a fossilizzarsi, perdendo tutto il suo spirito creativo.
Ecco, noi siamo come quell'operaio che tornato a casa dopo una stancante giornata di lavoro in fabbrica non può più fare quello che più ama perchè non ha lo strumento principale per farlo. Siamo un grande popolo, abbiamo tutti gli scaffali pieni: siamo grandi lavoratori, grandi artisti, grandi cratori, grandi sognatori, grandi poeti, grandi scrittori, grandi medici, grandi imprenditori. Ci manca solo lo strumento principale per poter fare tutte queste cose al meglio: la democrazia. E non ce l'abbiamo da così tanto tempo che spesso sembra che ce ne siamo dimenticati.

giovedì 3 maggio 2012

Fulla Nayak

Una canna al giorno toglie il medico di torno. Sembra così a sentire la storia di Fulla Nayak che è morta di recente all'età di 125 anni fumando canapa indiana fino all'ultimo giorno della sua esistenza. Non ha mai sofferto di malattie degne di nota ed aveva un fisico perfetto per la sua età.
Era nata a Kanapur, nello stato dell'Orissa, e sosteneva che la sua longevità era dovuta proprio al fatto di fare uso quotidiano della ganja. Viveva con la figlia più giovane di 92 anni, era popolare tra gli abitanti del suo villaggio, per l'amore che professava per la ganja, della quale faceva uso quotidiano, oltre al succo di palma e di tè caldo.
Anche se il suo record di longevità non è stato mai accertato con certezza dagli esperti del Guinness dei primati, come si può vedere dalla foto la donna era certamente molto anziana, un duro colpo per le teorie dei proibizionisti.

martedì 1 maggio 2012

Guardie e ladri!


Questo signore (?) a destra di Craxi è Giuliano Amato. Monti lo ha nominato, udite udite, SUPER-CONSULENTE  sui soldi pubblici ai partiti. Siamo a maggio non a carnevale ma questa vera e propria PROVOCAZIONE agli italiani, ai quali sta succhiando il sangue; se la poteva anche risparmiare. Amato era TESORIERE del PSI all’epoca di Craxi e sappiamo come è andata a finire, con Craxi sotto accusa e il tesoriere che fa carriera. Oggi è il contrario, con Belsito sotto accusa e Bossi tranquillo così come tranquillo è Rutelli rispetto a Lusi. Monti riparati assieme all’ABC dell’alfabeto (Alfano, Bersani, Casini) perché sarete travolti e speriamo quanto prima…


P.S. AMATO PRENDE 32000 EURO DI PENSIONE AL MESE (incazzatevi di più!)

lunedì 30 aprile 2012

Più soldi per le armi

Il segretario generale della Nato, il danese Anders Rasmussen, considerato dal giullare Silvio Berlusconi «pericoloso perché troppo bello» ha lanciato un monito all'Europa ed ha chiesto all'Italia in occasione di un incontro con Mario Monti di «spendere di più per la difesa» se si vuole che il nostro Continente «conservi la sua influenza nello scenario mondiale altrimenti gli Stati Uniti si affideranno sempre meno all'Europa».
A seguito della ristrutturazione ed il ridimensionamento delle truppe americane nel vecchio continente emergerebbe la necessità per i Paesi Europei di «non abbassare la guardia» e di «riorganizzare le linee».
Nel momento in cui Spagna, Portogallo, Grecia e, mettiamo pure nella lista anche l'Italia, arrancano per uscire dalla crisi con una politica di super austerità e di pesanti sacrifici soprattutto per le classi più deboli (milioni di disoccupati, anziani costretti a campare con cinquecento euro al mese, tagli sanguinosi alla scuola, alla sanità, all'assistenza sociale, nuove tasse sui servizi primari trasporti, energia, casa) ebbene, ci viene chiesto dal bel Rasmussen di spendere di più per acquistare armi, per rinforzare il «braccio militare».
Per difenderci da chi? Anche la Padania è allo sbando ...
Quale pericolo incombe alle nostre frontiere?
Lo spauracchio ventilato per molti anni dell'orso rosso, rappresentato dall'Unione Sovietica non c'è più da almeno quattro lustri.
Chi mai può sconvolgere l'Europa minacciando una guerra?
Siamo al ridicolo, o meglio all'irresponsabilità totale.
Ma ciò che preoccupa di più è la grande indifferenza di fronte a queste sollecitazioni da parte del mondo della cultura europea, degli intellettuali che dovrebbero concorrere a formare una coscienza critica dei cittadini i quali dovrebbero insorgere di fronte a certe proposte.
E che fa la chiesa cattolica che si erge sempre a "maestra di morale"? Tace!
I partiti che sostengono il governo Monti che non hanno sentito il bisogno di rilevare e di commentare gli spaventosi dati forniti dal recente censimento relativi ai senza tetto, ai pensionati affamati, ai giovani precari, ai disoccupati. Sulle folli richieste della Nato non hanno nulla da dire? Continuino pure a lasciare il campo al comico del "vaffanculo day": ma poi non si lamentino dell'antipolitica.


Vero, presidente Napolitano?


venerdì 27 aprile 2012

"Caro" euro


Quando si mette in discussione l'euro , la reazione indignata e corale è "Non possiamo uscire dall'Europa", come se l'Europa si identificasse con l'euro. Si può rimanere tranquillamente nella UE senza rinunciare alla propria moneta. Su 27 Stati aderenti alla UE, dieci hanno mantenuto la loro divisa, tra questi Gran Bretagna, Svezia, Polonia, Repubblica Ceca, Danimarca che non rischiano alcun default. Un altro trucco è l'utlizzo ripetitivo del termine "moneta unica", non vi è assolutamente alcuna moneta unica europea, l'euro è limitato a 17 Stati e chi è fuori si guarda bene dall'entrare nella zona euro. Chi è oggi in crisi in Europa? In assoluta prevalenza i Paesi che hanno adottato l'euro con economie cosiddette "deboli". La domanda è "Deboli rispetto a chi?", ovviamente rispetto alla Germania. Stati come Portogallo, Italia, Irlanda, Spagna, Grecia e forse in futuro Francia e Olanda non possono reggere il passo dell'economia tedesca. Una moneta dovrebbe riflettere il valore dell'economia di un Paese, ma l'euro rappresenta al più il valore del marco. E' necessario un piano B nell'eventualità che si debba tornare alla lira.
Non si tratta di essere ostili in principio all'euro, ma di poterselo permettere. Per rimanere nell'euro stiamo affamando il Paese, strangolando le aziende, trasferendo la ricchezza privata a copertura degli interessi sul debito pubblico che è (purtroppo) in euro. Se fosse in lire potremmo risolvere il problema del debito con la svalutazione della nostra moneta. Da quando Rigor Montis ha deciso di applicare la sua manovra di lacrime e tasse per salvare l'Italia siamo sprofondati, hanno chiuso circa 140.000 aziende nel primo trimestre, la disoccupazione è alle stelle e gli imprenditori suicidi non si contano più, il valore degli stipendi è ritornato al 1983. L'IMU, l'IMU bis e il Super IMU sono alle porte. Lo ha capito persino Draghi che di fronte alla possibile serrata del Paese ha invocato meno tasse e forti tagli alla spesa pubblica.
Se per rimanere nell'euro e pagare gli interessi sul debito alle banche, in prevalenza tedesche e francesi, dobbiamo uccidere l'economia del nostro Paese forse è il caso di fermarsi a riflettere. In particolare se il debito pubblico e lo spread aumentano comunque mentre veniamo strangolati. L'euro non può essere un tabù.

giovedì 26 aprile 2012

Presa di coscienza

"Non difenderò più Equitalia. E rinuncerò al mio onorario per le cause fatte finora". Queste le parole dell'avvocato Gennaro De Falco legale per Equitalia, società incaricata della riscossione nazionale dei tributi. In una lettera pubblicata dal quotidiano Il Mattino, tutta la sua frustrazione dopo l'ennesimo caso di suicido nel napoletano.
"Conoscevo Peduto, l'immobiliarista napoletano che si è suicidato dopo aver ricevuto una cartella di Equitalia. L'ho incontrato per la prima volta nel '95 quando gli diedi incarico di vendere la mia casa. Aveva figli della stessa età dei miei e la sua agenzia era nel mio quartiere vicino al mio studio. Insomma, le nostre vite scorrevano quasi parallele".
"Questo suicidio di cui a torto o ragione mi sento corresponsabile mi ha convinto a non accettare più incarichi di difesa di Equitalia. Sto pensando di devolvere alla sua famiglia la quota dei miei onorari quando mi verranno corrisposti. In queste condizioni non mi sento di andare avanti, in Italia in questi anni si è messo in moto un meccanismo diabolico che sta distruggendo famiglie, persone ed imprese"
"Non so se questa mia decisione servirà a qualcosa ma almeno alleggerirà la mia coscienza, forse aiuterà a restituire un minimo di dignità agli avvocati ed a far riflettere tutti sulla sostenibilità sociale ed etica della gestione di questa crisi".

martedì 24 aprile 2012

Luca e "Italo"


Come ha scritto in una lucida analisi Luciano Gallino nel suo ultimo saggio "La lotta di classe dopo la lotta di classe" è in atto nel mondo una furibonda battaglia da parte delle forze dominanti rappresentate dal grande capitalismo finanziario nei confronti delle classi subalterne che nello squarcio di tempo che va dalla fine degli anni Ottanta ad oggi avrebbero goduto di eccessivi benefici. Da qui la necessità di politiche di austerità e di sacrifici soprattutto in una fase di crisi globale. Cifre alla mano Gallino smentisce questa falsa lettura della realtà non negando che la crisi c'è, ma si tratta di indicarne le cause reali e chi deve pagarne le conseguenze. Negli anni Ottanta i top manager, ad esempio (presidenti, amministratori delegati, direttori dei consigli di amministrazione) percepivano compensi globali dell'ordine di quaranta volte il salario di un impiegato o di un operaio. Oggi il rapporto è salito a oltre trecento volte, con punte che possono raggiungere (Stati Uniti) mille volte il salario di un lavoratore dipendente. Per restare in Italia la forbice tra i ricchi e le fasce più deboli si è allargata in modo impressionante; le disparità, sotto tutti i punti di vista, sono diventate macroscopiche. Prendiamo ad esempio le tasse. L'ultimo dato del gettito fiscale dichiarato (2010) ammonta a 146 miliardi e 500 milioni di euro. Complessivamente ci sono 41.529.054 contribuenti di cui 20.870.919 sono lavoratori dipendenti e 15.292.361 pensionati. Il totale pagato da queste due categorie è di 137 miliardi e 200 milioni di euro, pari al 93% del gettito tributario. Tutti gli "altri" versano 9 miliardi e 200 milioni, pari al 7% del gettito. I provvedimenti adottati dal governo Monti per "Salvare l'Italia" sono stati praticamente unidirezionali: dalle pensioni, agli aumenti delle tariffe e dei servizi (acqua, luce, gas, trasporti) di tasse (benzina, casa), mentre la "patrimoniale" è stata accantonata perché Berlusconi ha messo il veto. È stato calcolato che «l'evasione fiscale – scrive in un recentissimo libro l'ex magistrato Bruno Tinti – si frega più o meno la stessa somma che lo Stato percepisce dai cittadini a titolo di imposta. Se non ci fosse evasione, saremmo ricchi il doppio».Ma queste cose la stragrande maggioranza dei cittadini non deve conoscerle. Anzi, commentatori come il vice direttore de La Stampa Luigi La Spina invitano i cittadini ad «accettare, nella nostra società, una nuova condizione. Quella di un'epoca in cui non sarà più possibile assicurare a tutti quel livello di assistenza pubblica cui eravamo abituati negli ultimi decenni».È finita la cuccagna di certi servizi sociali (asili, scuole, case di riposo, ospedali, eccetera), capito?Mentre i benestanti sono diventati più benestanti e i ricchi più ricchi alle famiglie degli operai con 1200-1500 euro al mese e i pensionati con 600-800 euro non è più possibile assicurare quel livello di assistenza pubblica cui erano stati male abituati. Pazzesco!Lasciamo il collega La Spina al suo mestiere di pompiere (al servizio sappiamo di chi), ma i politici che un tempo tutelavano le masse lavoratrici ed erano sempre schierati dalla parte degli ultimi: dove sono?Certo, non possono fare miracoli (anche perché molti di loro una volta non ci credevano), ma almeno contrapporre a inique politiche finanziarie provvedimenti chiaramente ispirati a tutelare le classi più deboli, non è vietato. Tirare in ballo gli interessi dello Stato non regge. Innanzitutto quale Stato? Quello dei grandi gruppi finanziari, delle banche, oppure quello dello stragrande maggioranza degli italiani che lo compongono?Se cade Monti – si dice – sarebbe un disastro dovendo andare oltretutto ad elezioni anticipate con il "porcellum". Giusto!Ma correre il rischio di andare ugualmente al voto totalmente disarmati con l'immagine di A.B.C. seduti sorridenti sul divano non è fantapolitica. E l'ipotesi della nascita di una "nuova" forza politica, che si presenta sotto la bandiera antipartitica, con l'immagine di "Libera e Bella" (al secolo Luca di Montezemolo) grande manager, uomo di successo (ultimo in ordine di tempo "Italo", il nuovo treno) che si pone al centro e che raccoglie tutti i cosiddetti moderati (da Casini ad Alfano senza escludere il restaurato Berlusconi), magari anche qualche tecnico come Monti per salvare l'Italia, non è affatto fantasiosa. Questi signori non hanno capito, anzi non vogliono capire, che è il modello di capitalismo da loro cavalcato che è entrato in crisi. A livello internazionale la politica, i governi sono stati sottomessi al grande capitale finanziario che, per la sua voracità, ha combinato guasti spaventosi le cui conseguenze le stanno pagando milioni di cittadini in Spagna, in Grecia, in Italia ed anche negli Stati Uniti. Se persino Tremonti ha scritto nel suo ultimo libro "Uscita di sicurezza" che le banche andavano di fronte alla crisi nazionalizzate, vuol dire che il "sistema" in cui viviamo va rivisto. Cosa aspetta la sinistra a lanciare un piano politico che abbia come obiettivo una lotta per eliminare queste storture e cambiare il mondo così com'è oggi caratterizzato da profonde ingiustizie e disuguaglianze. Per respingere le inique misure economiche e finanziarie che i soliti noti propinano, contrapponendo una prospettiva democratica fondata innanzitutto sulla giustizia sociale. Le grandi manovre messe in atto in Italia dal centro destra hanno un obiettivo preciso: manipolare, ancora una volta, l'opinione pubblica e in questo sono favorite dalle sconcertanti ipotesi già avanzate in materia di riforme dalla Commissione bipartisan presieduta da Violante che prevede lo stravolgimento della nostra repubblica parlamentare per dare vita alla figura dell'uomo forte a Palazzo Chigi.

venerdì 20 aprile 2012

Euro?

Viviamo ormai per pagare gli interessi sul debito pubblico. E' una fornace in cui via via inceneriamo servizi sociali, nuove tasse, risparmi, case, diritti. Mentre alimentiamo questo roveto ardente ci impoveriamo. Più ci impoveriamo, più il debito aumenta e più aumentano gli interessi sul debito. Dopo sei mesi della cura Monti il debito pubblico è cresciuto e si avvicina ai 2.000 miliardi mentre l'occupazione è scesa e per questo, inevitabilmente, nel 2012 diminuirà bruscamente il gettito fiscale. Nel 2013 dovremo pagare oltre 100 miliardi di euro di interesse sul debito, circa un quarto dei 420 miliardi di tasse annuali. Ci stiamo avvitando come un aereo in picchiata per sostenere l'euro e pagare gli interessi accumulati dal Pdl e dal Pdmenoelle durante uno sciagurato ventennio.
A chi paghiamo gli interessi? Il debito pubblico è detenuto soltanto per il 14,3% da famiglie italiane. L'85,7% da banche, fondi e assicurazioni e altri investitori. Il 46,2% all'estero, in prevalenza banche francesi, tedesche, inglesi (*). Le banche sono i nuovi padroni, per nulla disponibili a rinunciare alla loro libbra di carne. A diminuire gli interessi, ad esempio, o a diluire nel tempo la restituzione del capitale. L'Italia non dispone di sovranità monetaria, non è possibile una svalutazione della lira e un riallineamento conseguente dei titoli alla nostra economia che vale molto meno rispetto al momento della loro emissione. Svalutare la lira equivaleva svalutare i titoli. Oggi non è più così. Abbiamo un cappio al collo che non possiamo toglierci e che stringerà sempre di più se non ristrutturiamo il valore dei titoli che valgono il 20/30% in meno del loro valore iniziale. Senza il prestito di mille miliardi della BCE alle banche al tasso dell'1% ,usati per comprare nuovi titoli al 5/6%, l'Italia sarebbe in pre default.
Rimandare il problema non serve. Diminuire gli interessi sul debito nel medio termine e la contemporanea emissione di nuovi titoli di Stato a basso/medio rendimento sono una "mission impossible". Il ricatto è sempre il solito, se non si prosegue su questa strada si esce dall'euro. Ma dall'euro siamo già usciti, l'euro non rispecchia più il valore della nostra economia, al massimo il 60%. Uscire dall'euro non deve essere un tabù. Gran Bretagna e Danimarca sono parte della UE e hanno mantenuto le loro monete. Si può fare, bisogna iniziare a discuterne. Non è mai troppo tardi per tornare indietro da una strada lastricata per l'inferno.
(*) fonte Bankitalia

mercoledì 18 aprile 2012

E' fatta!

L’Italia in grave crisi economica, che taglia posti di lavoro e aumenta l’età pensionabile, non rinuncia ad armarsi. Nonostante le polemiche sollevate alcuni mesi fa dalla società civile e da alcuni esponenti politici, i costosissimi caccia stanno arrivando. Il governo Monti ha infatti già ordinato i primi tre F-35 Jsf (Joint Stike Fighter), il cui costo unitario dovrebbe aggirarsi sugli 80 milioni di dollari. E’ quanto emerso dall’audizione in Commissione Difesa, alla Camera, del generale Claudio Debertolis, segretario generale della Difesa e Direttore nazionale degli armamenti.
Debertolis ha spiegato che questi primi aerei sono quelli che in proporzione costeranno di più e che dunque il prezzo sarà decrescente nel proseguo del programma.
Non certo una consolazione quest’ultima, visto che i nuovi caccia costano quanto una manovra. Ma i governanti riusciranno mai a pensare alla classe media, che sta diventando sempre più povera, invece di far finta che niente stia cambiando nel Paese?

lunedì 16 aprile 2012

Rimborsi elettorali

"Rimborsi elettorali, il PD non può rinunciare". Il tesoriere Misiani: "Non sopravviveremmo". "Abbiamo speso tutto" ha confessato chi gestisce le casse democratiche.Antonio Misiani, tesoriere del Pd "Rinunciare all'ultima tranche dei rimborsi elettorali? Impossibile, i partiti chiuderebbero. Sarà una verità impopolare, ma qualcuno deve dirla". Antonio Misiani, tesoriere del Pd, bilanci alla mano, rivela un dato sorprendente. Soprattutto se rapportato alle cifre incassate dai partiti negli ultimi anni: 503 milioni di euro solo per le politiche del 2008. Onorevole Misiani, quanti soldi ha in cassa il Pd? "Abbiamo un disavanzo di 43 milioni di euro". Quindi siete in rosso? Ma negli ultimi 4 anni avete ricevuto 200 milioni di euro! "I 5 anni di rimborsi elettorali per la legislatura del 2008 li abbiamo messi a bilancio tutti insieme, ma arrivano rateizzati. L'anno scorso ci siamo dovuti far anticipare qualche milione di euro per arrivare a luglio".

sabato 14 aprile 2012

IMU

In attesa di ulteriori chiarimenti e altre lacrime...L'acconto di giugno sulla prima abitazione verrà effettuato con l'aliquota dello 0,4% alla rendita catastale rivalutata del 5% e moltiplicata per 160 da cui vanno detratti 200 euro e 50 per ogni figlio di età inferiore a 26 anni e convivente. Sul valore calcolato si pagherà un terzo. Il calcolo per le case non di abitazione principale avverrà dalla stessa rendita con un'aliquota di riferimento dello 0,76%. e si pagherà forse in tre rate o forse in due. Solo a settembre si saprà il valore dell'imposta e le due rate successive saranno variabili in funzione delle necessità di bilancio. Se un Comune tassa dello 0,6% una casa dalla rendita di 1.000 euro, la prima rata sarà di 157,33 euro, ma le due successive salirebbero a 325,33 euro per arrivare al totale di 808 euro. Se invece il Comune applicasse l'aliquota minima dello 0,2% il contribuente maturerebbe il diritto a un rimborso di 21,33 euro perché la sua imposta totale sarebbe di 136 euro a fronte di 157,33 pagate a giugno. Chiaro?
Fate voi!

giovedì 12 aprile 2012

Morto...di fame!

Questo blog si è interessato più volte della morte di Stefano Cucchi e adesso, dopo 3 anni di dibattimenti, nessuno sa com’è morto Stefano Cucchi. le consulenze di accusa e difesa fanno a pugni. I pm non hanno dimostrato il rapporto tra lesioni e morte di Stefano; la difesa assicura che il ragazzo era malnutrito e “poteva morire anche a casa sua”. Niente percosse, nessuna responsabilità per medici e secondini. La Corte d’Assise rinvia tutto e chiede una nuova perizia, mentre il processo si allunga.

Morto di Fame. “Stefano Cucchi morì per una malnutrizione severa, che giustificherebbe anche le ecchimosi e gli ematomi”. Lo affermano i due coroner chiamati dalla difesa, convinti che il medico del reparto di Detenzione dell’Ospedale Sandro Pertini “non è responsabile della morte”. Pezzo per pezzo, la loro perizia smonta le accuse: le fratture erano precedenti alla detenzione, i lividi sugli occhi semplici conseguenze della terapia anticoagulante. In definitiva, nè bastonate, nè percosse, nè sberle: Stefano è morto di fame perché sottopeso (37 chili contro i 62 ideali). Poteva capitare ovunque, ed è solo una coincidenza la morte in carcere. Così sostiene la difesa dei medici coinvolti.

Una consulenza totalmente incongruente con quelle fornite dall’accusa: i giudici non hanno potuto evitare la richiesta di una nuova perizia. “Questa decisione è il fallimento dei consulenti dei pubblici ministeri”, dice Ilaria Cucchi, sorella di Stefano. ”Noi lo avevamo già detto un anno fa in udienza preliminare”. I rilievi sono numerosi, e confliggono con la tesi stessa dell’accusa, secondo cui tra le lesioni subite e la morte vi è un rapporto diretto. “C’è tanta amarezza per l’atteggiamento dei pm nei confronti di coloro che hanno causato la morte di Stefano”.

I giudici della Terza Corte d’Assise ci vanno con i piedi di piombo, una giustizia sommaria non conviene a nessuno: la perizia ordinata oggi rinvia di diversi mesi la chiusura della fase dibattimentale, e il processo rischia di dilungarsi fino a fine 2012. A quasi tre anni di distanza – Stefano fu incarcerato il 15 ottobre 2009 per possesso di hashish e morì il 22 ottobre nel reparto detenuti del Pertini – le verità si ribaltano, rafforzando la linea di Pilato: “non è colpa di nessuno”.

mercoledì 11 aprile 2012

Basta una firma.

Fiumi d’inchiostro, parole, proclami. C’è persino chi, come Di Pietro e la sua Idv, con una faccia di bronzo degna dell’intera famiglia Bossi-Marrone, dopo aver intascato decine di milioni di euro di finanziamento pubblico ai partiti negli ultimi anni, propone un referendum abrogativo.
Referendum che legge alla mano non potrà essere votato prima delle prossime elezioni ed al massimo solo dopo sei mesi le elezioni politiche del 2013, sempre che non incappi nelle amministrative ed europee 2014. Insomma una presa per i fondelli. Eppure, nessun mass media ricorda in questi giorni quella che è una notizia. Per far cessare lo scempio del finanziamento pubblico ai partiti bastano pochi secondi ed una firma. C’è un movimento politico, si chiama Movimento 5 Stelle, che già dal 2010 lo ha provato nero su bianco. Ha rinunciato con una semplice firma dei propri candidati a 1,6 milioni di euro di finanziamento pubblico ai partiti che gli sarebbero spettati per le elezioni regionali del 2010 avendo conseguito eletti in Emilia Romagna ed in Piemonte. La prova è nelle dichiarazioni della Gazzetta Ufficiale. Il Movimento 5 Stelle Emilia Romagna da qui al 2015, prossima scadenza elettorale per le regionali rinuncerà a 193.258 euro l’anno, quello del Piemonte a 132.879 euro anni. Totale lasciato nelle casse statali: 1.630.685 euro. Inoltre, il movimento promosso da Beppe Grillo, ha annunciato che rinuncierà al finanziamento pubblico anche per tutte le prossime competizioni elettorali: politiche 2013, europee 2014, regionali etc. “I cittadini si sono espressi nel 1993 votando “no” al referendum” ripetono. Già e se non fosse stato per quell’ “onest’uomo di Balocchi” (definizione di Umberto Bossi a Bergamo) nel 1999 che in squadra con Forza Italia e DS si inventò il trucco dei “rimborsi elettorali” i partiti sarebbero a dieta da oltre un decennio. Tornando al referendum di Di Pietro , Perché Idv che ha intascato oltre 5 milioni di euro per le europee del 2004 e praticamente il doppio per quelle del 2009, 21 milioni di euro per le elezioni politiche del 2008, una decina di milioni per le regionali 2010 non dà l’esempio con una semplice firmetta rinunciando e restituendo quanto non speso ancora, prima di lanciarsi in raccolte firme che sono solo specchietti per le allodole per militonti e cittadini non adeguatamente informati da televisioni e giornali sempre assistititi da pubblico denaro?
Chiudo con un appello che è anche una speranza. I movimenti sinceramente indipendentisti ed autonomisti se vogliono rompere del tutto con il “modello Lega” seguano l’esempio del Movimento 5 Stelle. Non permettano ai condannati di candidarsi, mettano un limite di due legislature ai mandati degli eletti (non avremmo Bossi, Calderoli e tutti gli altri da oltre dieci anni per rimanere in casa Lega ) e soprattutto rinuncino al finanziamento pubblico ai partiti per tutte le competizioni elettorali dove questi sono previsti. Al tempo di internet, “i costi della politica” sono solo una scusa inventata dalle sanguisughe per non far nulla nella vita se non finanziare ulteriori intrallazzi a spese dei cittadini contribuenti. La coerenza prima di tutto.

domenica 8 aprile 2012

Censura!

“Al fine di garantire una rappresentazione uniforme delle informazioni istituzionali e con riferimento agli obblighi di trasparenza ed ai profili di comunicazione e pubblicazione delle informazioni di interesse collettivo”.
E' questa la motivazione con la quale la FORNERO ha chiuso il sito della Direzione Provinciale del lavoro di Modena.
“Rappresentazione uniforme delle informazioni istituzionali” è, infatti, solo un modo elegante per dire che al Ministro non vanno giu' la diffusione e pubblicazione di notizie ed informazioni difformi dalle proprie. Praticamente la Fornero ha stabilito, motu proprio, che deve essere soppresso qualsiasi sito ricollegabile al proprio Ministero ed in cui siano pubblicate critiche ed opinioni divergenti rispetto alla linea prescelta dal Ministro.
Un salto indietro ai momenti più bui della storia d'Italia. Neanche Berlusconi ha osato tanto...

venerdì 6 aprile 2012

Lidia Unidiemi


Lei si chiama Lidia Unidemi, siciliana, è misconosciuta al grande pubblico, ma ieri,con una lettera indirizzata al leader dell'Idv Antonio Di Pietro e il candidato Sindaco a Palermo Leoluca Orlando, ha annunciato le sue dimissioni dal partito. Di seguito la lettera pubblicata nel suo sito. “Studiosa di diritto ed economia” presso l’Università di Palermo, Lidia Undiemi ha colto nel segno delle contraddizioni di uno dei due partiti di opposizione all’attuale governo.

Raccontate la verità, gli italiani hanno il diritto di sapere che Italia dei Valori sta appoggiando, soprattutto con il proprio silenzio, la proposta del governo Monti di trasferire 125 miliardi di euro (minimo) ad una organizzazione finanziaria intergovernativa,l'Esm, ambiguamente definita “fondo salva-stati”, che, fra immunità, esenzioni, condoni ed altri privilegi, si propone di concedere finanziamenti agli Stati in difficoltà in cambio della possibilità di potere imporre “rigorose condizionalità” da far gravare sulle spalle del popolo.

Sapete benissimo che la ratifica del trattato Esm (non ancora in vigore) comporterà l'incremento delle politiche di austerity, ossia l'imposizione di ulteriori interventi "lacrime e sangue"  che colpiranno soprattutto le fasce più deboli e che metteranno in crisi anche coloro che ancora oggi riescono ad arrivare a fine mese.

Un obiettivo politico che ovviamente travolgerà anche la vita dei vostri elettori, compresi quelli della sua amata Palermo, professor Orlando.

L’Imu? L’art. 18? E' solo l'inizio.

Per comprendere la pericolosità di tale scelta, basta semplicemente osservare ciò che è accaduto in Grecia. La Troika ha concesso i piani di salvataggio in cambio di una serie di richieste che per Atene si sono tradotti in cessione di sovranità. Si pensi alle condizioni imposte in materia di tagli alla spesa, ai dipendenti pubblici e alle pensioni. In tal senso,la politica nazionale diventa oggetto di contrattazione finanziaria.
Appoggiare questa idea di politica europea del governo Monti significa essere contro i lavoratori, gli imprenditori, i giovani, le donne, i bambini e gli anziani.

Che senso ha “strapparsi i capelli” pubblicamente per dimostrare di essere contrari alla corruzione politica, al potere delle banche, alla riduzione dei diritti dei lavoratori e all’aumento delle tasse e, contemporaneamente, sostenere la creazione di una struttura sovranazionale che pretende di gestire le risorse dei cittadini godendo di immunità di giurisdizione ed altri benefici “di casta”. Tutto ciò agendo fuori dai canali democratici con lo scopo di lucrare sul debito pubblico imponendo ulteriori sacrifici agli italiani.

Chi si avvantaggerà dell’entrata in vigore dell’Esm? I poteri finanziari, in primis le banche.

Lo Stato in difficoltà potrà usufruire dei piani di finanziamento concessi dal “fondo salva-stati“ soltanto se, oltre a cedere pezzi di sovranità riguardanti scelte di politica interna, si impegnerà a pagare un tasso di interesse il cui limite non è stato nemmeno definito nel trattato, e intanto le banche hanno ottenuto un trilione di euro dalla BCE all’1%. Poiché l’organizzazione intergovernativa si riserva la possibilità di attingere al mercato finanziario per potere a sua volta erogare il prestito allo Stato, chi garantisce che non saranno le stesse banche (con un guadagno “politico” netto di almeno il 3%), o addirittura la criminalità organizzata a lucrare, mediante i finanziamenti dell’Esm, sul debito pubblico e ad incidere sulle decisioni politiche della nazione debitrice?

E’ questa la vostra visione di cambiamento, di uguaglianza e di democrazia?

Perché Idv non ha sollevato tali questioni nelle sedi istituzionali competenti, considerato che il trattato è disponibile almeno dal mese di marzo del 2011? Il parlamento europeo si è già espresso a favore dell’Esm con 494 voti, non credo sia necessario aggiungere altro. Quello nazionale, invece, deve ancora decidere, ed è per tale ragione che, fra mille sacrifici, ho lavorato tantissimo per realizzare una mozione parlamentare che toccasse l’argomento. La richiesta è partita proprio da lei, professor Orlando, e l’ho accolta con grande entusiasmo, anche perché è stata frutto di una lunga conversazione sulla politica internazionale. Fidandomi del suo atteggiamento propositivo ho elaborato la bozza finale, che sostanzialmente richiama il contenuto del dossier che ho successivamente realizzato per informare la gente. Da questo momento in poi il nostro dialogo si è praticamente interrotto e, qualche giorno dopo, il partito si è espresso sul fondo “salva-stati” con le mozioni di fine gennaio dove è stato omesso il contenuto del trattato Esm ampiamente argomentato nella mia proposta.

Ho scritto anche a lei, onorevole Di Pietro, chiedendole di sostenere questa battaglia, ma non ho ricevuto nemmeno una risposta, e non è la prima volta.

Tantissime altre persone di Idv conoscono la vicenda, anche perché, per fortuna, cittadini, associazioni, movimenti e mezzi di informazione hanno appoggiato la battaglia, comprendendola e condividendola.

Ho ricevuto da questo partito due incarichi (responsabile nazionale di una sezione del dipartimento Lavoro e responsabile regionale del dipartimento Lavoro Sicilia) che ho portato avanti gratuitamente e con grandi sforzi per circa due anni, seguendo importanti vertenze sul territorio nazionale.

Ho lavorato tanto, ma l’impegno non è stato ricambiato, e non mi interessa esporre in questo momento altre questioni, valide ma meno importanti dell’Esm.

Non meritavo un simile trattamento, e non lo meritano nemmeno i cittadini.

Lei, professor Orlando, mi ha delusa più di tutti, perché possiede lo spessore culturale e politico per poter affrontare battaglie grandi come questa. Nonostante ciò, non penso che lei abbia agito in malafede, ma questo non giustifica la sua indifferenza, che abbinata alle sue capacità si trasforma in una colpa imperdonabile.

Ogni tanto penso a Scilipoti, e mi chiedo quali straordinarie capacità possieda quest’uomo per aver meritato di diventare parlamentare con Idv.

Mi auguro che vi fermiate a riflettere, da soli, sul fatto che qui c’è in gioco la vita di intere generazioni, compresi i vostri familiari.

Talvolta vi osservo, e vedo degli uomini talmente affannati a vincere le elezioni da perdere di vista se stessi e il vero significato della politica.

Mi dimetto.

Lidia Undiemi

giovedì 5 aprile 2012

Il peggio deve ancora arrivare...

Bisogna guardare in faccia la realtà e dirci le cose come stanno. E stanno male, malissimo. Quest'anno sono in scadenza 450 miliardi di euro di titoli pubblici. Un quarto è stato comprato in prevalenza dalle banche italiane grazie a parte del prestito di un miliardo di euro della BCE. Rimangono circa 330 miliardi da piazzare nel 2012 per non fallire. Le banche non prestano più soldi perché devono comprare il debito pubblico per evitare il default del Paese. Per questo non finanziano le le imprese. Nel frattempo, come è ovvio, non possiamo creare nuovo debito da finanziare con l'emissione di altri titoli pubblici. E qui arriva la cura di Rigor Montis che tra le due strade possibili: tagliare i costi o aumentare le tasse ha scelto la seconda. Scelta inevitabile. Chi è dentro il Sistema non può riformare il Sistema. Quindi non sono nell'agenda del Governo il taglio delle Province, degli stipendi dei parlamentari, dei finanziamenti ai giornali e ai partiti, delle Grandi Opere Inutili (Gronda di Genova, Tav Val di Susa, EXPO 2015 di Milano, ecc.), dei cacciabombardieri americani, delle "missioni di pace" all'estero, della burocrazia. La manovra di 30 miliardi di dicembre 2011 si sta abbattendo con violenza sulla Nazione con la diminuzione degli stipendi da marzo e gli aumenti dell'elettricità, della benzina e dei generi di consumo. L'IMU e l'aumento dell'IVA aggraveranno la situazione. E siamo solo all'inizio.
Le piccole e medie imprese stanno fallendo per la mancanza di liquidità. E' una catena di Sant'Antonio. Se non sono pagato dal mio cliente non riesco a pagare il mio fornitore che a sua volta non potrà pagare i suoi fornitori. E il primo a non pagare è lo Stato che deve 100 miliardi alle imprese. Lo Stato non onora i suoi debiti per un semplice motivo: non ha un euro in cassa. La Macchina Italia si sta fermando, chi produce ricchezza chiude la baracca, fallisce, si suicida o va all'estero. I disoccupati aumentano. Il tutto si traduce in una frenata mai vista della spesa e dell'economia. Siamo in recessione e per far ripartire il Paese l'unico obiettivo è rendere più facili i licenziamenti con la "ristrutturazione" dell'articolo 18. Per arrivare alla fine dell'anno Rigor Montis sarà costretto ad altre manovre recessive, ma non basteranno. Le rassicurazioni del trio Monti, Fornero e Passera hanno l'appeal di una colonscopia. Vis pacem, para bellum. Prepariamoci al peggio.
Dal Blog di Beppe grillo

mercoledì 4 aprile 2012

Bipartisan militare

Sul caccia F-35, in parlamento, «il ministro Di Paola ha dovuto fare buon viso a cattivo gioco»: lo assicura Flavio Lotti, coordinatore della Tavola della pace. Il ministro della difesa ha dovuto dunque piegare la testa di fronte a una maggioranza parlamentare, che decide di ridurre il numero dei caccia? Dagli atti parlamentari risulta esattamente l’opposto. Di Paola è andato in parlamento ad annunciare la decisione, già presa dal governo Monti, di «ricalibrare» l’acquisto degli F-35, da 131 a 90. A questi si aggiungeranno 90 Eurofighter: in tal modo l’Italia disporrà di 180 cacciabombardieri «molto più performanti». In altre parole, molto più distruttivi dei Tornado usati un anno fa per bombardare la Libia. Più che sufficienti ad assicurare la capacità di proiezione del «potere aereo», uno dei cardini del concetto strategico pentagoniano enunciato da Di Paola nel 2005. L’Italia non solo si impegna ad acquistare 90 F-35 (numero aumentabile in caso di «necessità»), ma partecipa al programma della Lockheed Martin con l’impianto dell’Alenia a Cameri. Realizzato, precisa Di Paola, in un aeroporto militare perché «gli americani e la Lockheed Martin hanno preteso delle condizioni di sicurezza e di segretezza: o in una base militare a certe condizioni o non si faceva». Qui saranno non solo assemblati i caccia, ma realizzati «gli aggiornamenti, perché gli aerei nel tempo hanno degli upgrade» (con continue spese aggiuntive). Ne trarrà vantaggio l'industria militare, «elemento tecnologico importante di questo Paese e che oggi più che mai punta sull'esportazione». Il costo unitario dell’F-35 è ancora nelle nuvole. «Oggi si parla di un'ottantina di milioni di dollari, ma ci si aspetta che la cifra sia sempre più bassa», racconta il favolista Di Paola ai piccoli onorevoli. E, per tranquillizzarli, aggiunge: «Se sapeste quanto è costato l'Eurofighter, vi spaventereste; parliamo, per capirci, del doppio della cifra». Nessuno ha osato chiedergli a quanto ammonta la spaventosa cifra. E neppure la Idv – che nella sua mozione (bocciata) chiedeva al governo di valutare la possibilità di uscire dal programma F-35 – ha osato mettere il dito sulla piaga: questo caccia di quinta generazione serve non alla difesa dell’Italia, ma alla strategia offensiva Usa/Nato cui partecipa l’Italia; serve a mantenere gli alleati sotto la leadership degli Stati uniti, non solo sul piano militare. Il programma F-35 è uno dei volani dell’economia statunitense: vi partecipano oltre 1.300 fornitori da 47 stati Usa, creando 130mila posti di lavoro che potrebbero raddoppiare. Tutto questo viene ignorato dal parlamento italiano. Il programma F-35, illustrato da Di Paola, è stato così approvato con un sostanziale consenso bipartisan di PdL e Pd. Non c’è da stupirsi: per far partecipare l’Italia al programma, si sono coerentemente impegnati, dal 1998 ad oggi, i governi D’Alema, Berlusconi 1, Prodi, Berlusconi 2 e Monti. E dopo che l’F-35 sarà stato usato dall’Italia in una azione di guerra, ci sarà un Flavio Lotti che, alla Perugia-Assisi, riprenderà a marciare a fianco del capo del governo. Come fece nel 1999 col presidente del consiglio D’Alema che, dopo aver inviato gli aerei italiani a bombardare la Jugoslavia, partecipò, su invito, alla marcia per la pace.